lookinside o guardaquesto
50 x 50 cm x 4 pz | light box in legno laccato mano in acrilico | 2024
Non c’è niente da vedere. Non è più il soggetto che ha di fronte a sé un oggetto, l’opera d’arte, che ne diventa oggetto del desiderio erotico, estetico, etico.
È il soggetto che si disinforma dell’oggetto. Nello scoprire che guardando all’interno non c’è niente da guardare, l’azione stessa del fare, intesa come progettualità, come intenzionalità, diventa mero atto privo di qualunque significato, in verità riposizionando il focus sul corpo inorganico, perché come ricorda il filosofo, noi non abbiamo un corpo, noi siamo corpo.
Soggetto che non si riferisce più all’oggetto al punto di non riconoscersi come altro da sé stesso, quindi abbandonandosi all’auto-contemplazione dell’oblio, del vuoto, del buio, dell’assenza, del giuoco.
Nessuna profondità metafisica, nessuna esegesi freudiana, nessuna fondazione iperuranica. Pura e meravigliosa tautologia di superficie, di sfondamento, di penetrazione. Non più erotica ma pornografica.
Ogni volta che il fruitore-atto-re ripete l’interazione si è letteralmente fuori dalla stanza, fuori dalla scena del tempo e dello spazio, si è ovvero osceni, dall’etimo greco ob-skenè che significa fuori dalla scena.
[…] l’eros ha tregua nel suo rovescio, costituito dal porno che per sgomberare il campo dagli equivoci, sarà preferibile definire osceno, dall’etimo, o-sceno - fuori scena. L’osceno è per definizione l’eccesso del desiderio, una volta, s’intende, sacrificato, svilito, immolato eros. […] Il “rapporto osceno” è la relazione mancata tra soggetto e oggetto, è l’orgasmo non sollecitato da nessun desiderio, da nessun vitalismo o voglia, prerogative queste dell’ansia erotica, nella reciproca situazione oscena, i corpi se ne stanno come cose, oggettità pietrificata ma presente alla mente come un altrove, una irriflessa sovracoscienza incantata; le posture, i gesti, le smorfie involontarie somigliano come evocate da una meccanica automatica, come se qualsivoglia occasione porno fosse spiata da un occhio estraneo, intestimoniabile, assolutamente altro dall’orgasmo proprio dell’estasi mistiche di cui il soggetto-oggetto sa un bel niente, mai presente a se stesso, nel suo io. Il non-amore osceno somiglia il ricordare le cose che non sono, le cose sole queste, indimenticabili. […]
a-mors dalla lettura ambigua ma suggestiva dell’etimologia del termine di origine latina, significa letteralmente senza-morte, definizione che sancisce la nostra natura irrefutabilmente mortale e il cui superamento vitale, può accadere soltanto per sconfinamento del desiderio nell’altrove, nel nulla, nell’abbandono dei sensi, anche oltre il senso del piacere.
Del resto noi non possiamo parlare della vita con la vita, dell’arte con l’arte, di Dio con Dio.
Noi non possiamo parlare di niente.
Così -non- ho parlato.